Cosa NON è il counseling
- 2 mar
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Aggiornamento: 30 mar
Il termine inglese “counseling” deriva dal verbo “to counsel”, che significa consigliare, orientare, offrire guida o consulto. A sua volta viene dal latino consilium, cioè deliberazione, riflessione condivisa, consultazione.
Nel significato moderno, però, counseling non indica il “dare consigli”, ma un processo di accompagnamento in cui una persona viene aiutata a chiarire pensieri, emozioni e possibilità per trovare le proprie risposte e decisioni.

Il counseling non è nemmeno terapia. Non cura patologie psicologiche e non sostituisce il lavoro dello psicoterapeuta. Il suo ambito è diverso: riguarda le difficoltà della vita quotidiana, i momenti di confusione, le scelte da chiarire, i passaggi in cui si sente il bisogno di fermarsi, ascoltarsi e rimettere ordine dentro di sé.
Nel counseling si lavora soprattutto sulla consapevolezza. Non si cerca di “aggiustare” la persona, ma di aiutarla a vedere più chiaramente ciò che prova, pensa e desidera. Quando questo accade, spesso le soluzioni emergono con naturalezza, perché diventiamo più presenti a noi stessi e alle nostre possibilità.
Il metodo che utilizzo è il counseling gestaltico. Questo approccio nasce nel Novecento grazie allo psichiatra e psicoterapeuta Fritz Perls, insieme a Laura Perls e Paul Goodman. La parola tedesca Gestalt significa “forma”, “configurazione”, e richiama l’idea che l’essere umano vada compreso nella sua interezza, non come somma di parti separate.
Nel lavoro gestaltico l’attenzione è rivolta soprattutto al qui e ora: ciò che sta accadendo nel momento presente, nelle sensazioni del corpo, nelle emozioni e nel modo in cui entriamo in relazione con gli altri e con il mondo. Più diventiamo consapevoli di questi aspetti, più recuperiamo libertà di scelta.
Come scriveva lo stesso Fritz Perls:«Consapevolezza di per sé è guarigione.»
Per questo, nel counseling gestaltico, il dialogo non è solo fatto di parole. Spesso si esplorano le esperienze così come emergono nel momento: un’emozione che affiora, una tensione nel corpo, un pensiero ricorrente. Tutto diventa materiale prezioso per comprendere meglio se stessi.
In questo senso, il counselor non interpreta né dirige la vita dell’altro. Piuttosto accompagna un processo di scoperta, aiutando la persona a riconoscere le proprie risorse, a vedere ciò che prima restava sullo sfondo e a dare forma, passo dopo passo, alle proprie possibilità di cambiamento.
A volte basta uno spazio di ascolto autentico per vedere le cose con occhi nuovi. Un incontro può essere il primo passo per fare chiarezza, ritrovare direzione e dare voce a ciò che dentro di te chiede attenzione.
Se senti che è il momento di fermarti e ascoltarti davvero, puoi prenotare un primo incontro. Da qualche parte dentro di te, la risposta sta già prendendo forma.




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