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Oh My God! E se Dio fossi io?

  • 24 giu
  • Tempo di lettura: 4 min

Aggiornamento: 25 giu

Da bambina riflettevo spesso sulle idee che mi arrivavano dagli adulti riguardo a Dio. Una in particolare mi mandava completamente in tilt: Dio è onnipresente.

Ora, il problema era che nella mia testa Dio era una specie di uomo invisibile con poteri speciali. Molto potente, certo, ma comunque una persona. E soprattutto una persona diversa da me, che ero una bambina piuttosto spensierata, ma già certa di essere priva di superpoteri.

Provate allora a immaginare la difficoltà: come può una persona essere contemporaneamente ovunque? In cucina, in salotto, in Africa, sulla Luna e dentro il mio astuccio delle matite? La cosa mi sembrava francamente impossibile e sentire lo sguardo di Dio sopra di me in ogni momento mi infastidiva anche.


Oggi, a distanza di qualche decennio, la vita mi ha portato ad assumere un'altra prospettiva, tanto semplice quanto letterale, che fino a poco tempo fa mi si celava proprio dietro la sua stessa letteralità: se Dio è davvero onnipresente, allora deve essere anche qui. Non solo vicino a me, ma in me. Anzi, per dirla proprio tutta, deve essere anche me! O no?

E se è me, allora è anche chi sta leggendo queste righe. È tutte le persone che incontro. È il tavolo su cui appoggio i gomiti mentre scrivo. È il computer davanti a me. È ogni singolo tasto che premo per scrivere e il leggero ticchettio che accompagna queste parole mentre prendono forma.


Sì, Dio non è un individuo straordinario che osserva e giudica il mondo dall'alto. Quello a cui si danno meriti per le cose belle e colpe per le disgrazie della vita. No, Dio assomiglia piuttosto al tessuto stesso della realtà, a qualcosa che permea ogni cosa e che ogni cosa costituisce.


Questa idea diventa particolarmente evidente in certi momenti della vita. Momenti in cui la realtà sembra perdere per un istante la sua apparente casualità e iniziare a dialogare con noi, talvolta con carezze, talvolta a schiaffoni. Carl Gustav Jung chiamava questi episodi "sincronicità". Esempi ne abbiamo tutti, se ci pensate bene. Ma se non ne avete… immaginate:


è un momento carico di preoccupazione e una donna si sta chiedendo: "Chissà se mio padre in ospedale sta morendo." E, pochi istanti dopo, all'interno dell'automobile su cui sta viaggiando, a finestrini chiusi, compare, sul sedile del passeggero, uno scarabeo nero, antico simbolo di trasformazione e rinascita. Se la chiamasse coincidenza, si perderebbe un messaggio che può cambiare completamente un’esperienza di dolore in un’esperienza di resurrezione. Ed è un messaggio nella bottiglia che lei stessa ha affidato al mare del reale, senza saperlo.


Episodi del genere accadono molto più spesso di quanto siamo disposti ad ammettere, comunemente tendiamo a ignorarli. Specialmente se scomodi, cosa che accade molto più spesso di quanto vorremmo pensare.


Immaginate ancora: vi trovate sulla banchina della metropolitana milanese, persi nei vostri pensieri, finché l’occhio coglie, distrattamente, sul display del treno, una scritta che prima era "Comasina", ma che adesso, a causa di un guasto, recita un lapidario "…asina".

Vorreste fare finta di niente. Vorreste dire che è soltanto un errore tecnico. Che lo vogliate o no, comunque, qualcosa dentro si è già mosso, perché “guarda caso”, quel messaggio, in qualche modo, vi riguarda.


Ed è qui che la questione si fa interessante. Se davvero siamo parte di quel tessuto vivente che chiamiamo Dio, o Coscienza, o Universo, allora la realtà smette di essere un insieme di oggetti separati e inizia a comportarsi come uno specchio. Un immenso specchio fatto non di corrispondenze dirette, ma di simboli da interpretare.

Ogni incontro, ogni coincidenza, ogni parola ascoltata per caso, ogni errore di stampa, ogni sogno, ogni ostacolo e ogni sorpresa possono diventare occasioni per osservare qualcosa di noi stessi.

E allora tutta la realtà diventa angelica, nel senso che si fa messaggera di Dio. Un ponte tra ciò che crediamo di essere e ciò che siamo davvero. Un linguaggio simbolico attraverso cui il divino, qualunque cosa esso sia, continua instancabilmente a dialogare con sé stesso.


A questo punto emerge inevitabilmente la seconda parola che descrive Dio: onnipotente. Attenzione perché qui si fa tosta. Per gran parte della vita attribuiamo il potere a ciò che ci circonda: alle circostanze, al carattere, alla famiglia in cui siamo cresciuti, alle scelte degli altri, alla fortuna o all’assenza di fortuna.

È una posizione logorante e rassicurante al contempo: se il potere si trova fuori di me, il mio compito consiste soprattutto nel reagire.

Quando invece inizio a percepirmi come parte attiva della realtà, qualcosa cambia. Scopro di avere un'influenza concreta sul modo in cui vivo ciò che accade. Posso attribuire significati diversi alle esperienze. Posso osservare i miei automatismi. Posso interrompere schemi che si ripetono da anni. Posso scegliere. Posso sollevare gli altri dalle colpe. Posso trovare pace.


Molte persone arrivano al counseling perché desiderano che la loro vita cambi. Spesso, però, cercano l'impossibile, ovvero una soluzione senza mettere in discussione l'identità da cui osservano il mondo. Vorrebbero un'esperienza diversa mantenendo invariati gli stessi pensieri, le stesse convinzioni e le stesse modalità di relazione. Il lavoro su di sé comincia quando la domanda si sposta da: "Perché mi succede?" a: "Come sto partecipando a ciò che accade?"

In quella domanda è custodita una quantità enorme di potere. Perché nel momento in cui riconosco il mio contributo alla realtà che vivo, divento capace di modificarla.


La tradizione spirituale afferma che l'essere umano è fatto a immagine e somiglianza di Dio. Siamo creatori. Ogni giorno produciamo significati, costruiamo interpretazioni, generiamo relazioni, orientiamo scelte. Partecipiamo continuamente alla creazione del mondo che abitiamo. E non esserne consapevoli può avere conseguenze dolorose.

Il lavoro interiore assomiglia allora a un atto di memoria: ricordare di possedere questa facoltà. Ricordare che la coscienza non è un semplice spettatore della realtà. Ricordare che ogni esperienza ci offre la possibilità di rispondere in modo nuovo.

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«L’evoluzione dell’umanità consiste nel fatto che l’uomo diventa sempre più cosciente.»
​​Rudolf Steiner

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